Eravamo abituati bene.
Eravamo pronti ad affrontare un anno storico per il 3×3.
Per la nostra penisola, il 2020 doveva essere “l’anno dopo”. Molti pro team avevano scaldato i motori nel “Bayer FISB Tour” nell’estate del 2019, e si stavano attrezzando per farsi trovare ancora più pronti e agguerriti di prima, nel frattempo stavano nascendo nuove realtà che non vedevano l’ora di misurarsi nel basket di strada dei grandi, dove la birra tendenzialmente si beve a fine torneo e gli schemi non sono visti così male dagli avversari, tranne quando sono realmente efficaci, per ovvi motivi.
A livello mondiale, il 3×3 era finalmente pronto a esordire in quel di Tokyo, nella manifestazione regina di tutti gli sport, le Olimpiadi 2020.

Nonostante ciò, dal campetto dietro casa alla metà campo del World Tour, lo streetball ha continuato a conservare il suo status originale che lo ha reso popolare tra gli addetti ai lavori, non tralasciando dunque quella che è l’atmosfera frenetica, tanto di festa quanto competitiva, che ha sempre posto una linea sottile tra il dentro e il fuori dal campo, dove vincere è tanto importante quanto rendersi protagonisti di un’esperienza pressoché unica nel suo genere.

Ma in questo 2020, il tre contro tre si accostava in primis alla parola tanto odiata da organizzatori e giocatori, ovvero l’assembramento. E com’è giusto che fosse, dar vita ad una competizione sportiva per strada, diventava praticamente impossibile.
Anzi no.

Non per Davide Ardizzone che, a capo del suo staff di MiGames, ha lavorato per tutti i lunghi mesi di lockdown, e ha continuato a crederci anche quando l’estate diventava protagonista mentre ai campetti mancavano i tavoli per il check-in e gli arbitri ufficiali.
Così, nei due week end centrali di agosto, a Santa Margherita Ligure, è andato in scena il tour multi-sport più grande d’Italia, dove un campo da calcio, da beach volley e da basket hanno risvegliato dal lungo tepore numerosissimi sportivi da tutta Italia.

L’idea di giocare con le mani umide di igienizzante e di riprendere fiato dopo una partita con la mascherina sul viso, non ha intimorito nemmeno i pro team che, al contrario, hanno subito risposto “presente” alla possibilità di giocare dopo una lunghissima attesa.
A farla da padrona sono stati, senza dubbio, i “Fioi del campetto” e “Big Crew”, vincenti rispettivamente nel primo e nel secondo week end, capitanati dagli storici Alessandro Vecchiato e Niccolò Di Gianvittorio.

Servivano poi tutti gli altri per ridare vita agli aspetti tipici del nostro streetball che sta crescendo a vista d’occhio.
Rivalità, fisicità, tattica sul campo e condivisione tra avversari appena fuori. Il merito va a chi ci ha fatto tornare alle origini con la storica formazione presentata dai “Kings of Kings”, così come chi ha partecipato con la giusta spavalderia e curiosità delle squadre neofite come “Team Campas”, “Penguins”, “Evolution”, “The Chosen Ones”.

La cronaca delle partite, anche questa volta, rimane superflua. Ancora prima di vedere il risultato, volevamo vedere quello per cui eravamo abituati bene l’anno scorso.
Un livello di gioco in costante crescita e un format della competizione che fa felici minors e professionisti, caratteristiche ormai vincenti che ci rendono dipendenti da questi nuovi appuntamenti estivi.

Inutile nasconderlo, volevamo vedere anche le persone, che vengono prima del pallone giallo-blu e di tutto il resto. Soprattutto quelle che, nel corso degli anni, non ci hanno fatto rimpiangere di aver annullato una vacanza con la ragazza e gli amici, per passare una domenica sull’asfalto e sotto il sole.

Brent

“Per rendere l’idea dell’effetto che ha avuto su di me quella palla a spicchi, ricordo ancora oggi, come fosse ieri, il mio primo canestro di sempre, in allenamento, all’età di 6 anni”.
È servito l’intervento di un suo amico per convincerlo a fare una prova con la pallacanestro, e ci è voluto pochissimo tempo per capire quale sarebbe stato il suo futuro sportivo.
“Ho iniziato facendo pattinaggio a rotelle. Ma alla prima gara ho avuto paura e non l’ho fatta, avevo 4 anni”.

La carriera di Matteo Grampa parte dunque dal minibasket, in quella fascia di età dove molti bambini provano parecchi sport prima di trovare quello giusto, e in cui altri iniziano invece a coltivare la propria passione, che li accompagnerà per tutta la vita.
Nel suo caso, la voglia di giocare è veramente tanta e non trova sfogo sufficiente dentro le mura della palestra, negli orari prestabiliti dalle squadre, seguendo gli ordini dell’allenatore. “A 12 anni ho iniziato a giocare anche ai campetti, ci andavo spesso con i miei amici appena finiti gli allenamenti, oppure d’estate, con mamma che mi portava alle due di pomeriggio e tornava a prendermi alle otto di sera”.

A Busto Arsizio, città natale che ha cresciuto Matteo, il movimento streetball è sempre stato molto solido, merito dei numerosi appassionati e di un campetto in particolare, il Saint Louis Playground. “Tutti i sabati, dall’una e mezza, si giocava senza sosta. Io ero tra i più piccoli e delle volte mi capitava di avere la partita di campionato la sera, ma non potevo mancare l’appuntamento al campetto e farmi trovare pronto quando i grandi mi chiamavano per giocare”.

Nel 2011, a Cesenatico, si giocano le prime finali nazionali di basket 3×3, organizzate per radunare gli appassionati del basket di strada da tutti Italia, con poche regole e nessun tipo di riconoscimento ufficiale da parte di qualche federazione. È presente anche Teo, chiamato così dai suoi compagni, con una squadra di amici con poche ambizioni ma molta curiosità misurarsi contro giocatori provenienti da tutta la penisola. “Quell’anno iniziavo a capire che questa strana variante del solito basket giocato in palestra avrebbe potuto darmi molte soddisfazioni. Ero forte nell’uno contro uno e avere tutti quegli spazi in campo mi permetteva di segnare facilmente”.

Intanto il 3×3 cresce come sport in tutto il mondo, viene riconosciuto da FIBA come disciplina ufficiale e inizia ad adottare regole ufficiali che sembrano trovarsi perfettamente con il giovane “baller” di Busto. Una in particolare lo fa decisamente felice: “Il pallone misura 6 e peso 7. Un po’ più piccolo di quello da 5vs5 ma con lo stesso peso, perfetto per chi, come me, vuole avere spesso la palla in mano e ha bisogno di un buon controllo nonostante il ritmo intenso”.

Ma come in tutti gli sport, non si vince da soli e trovare i compagni giusti può richiedere parecchio tempo e diversi tentativi. La chiamata decisiva per Matteo arriva da uno dei primi pro team di 3×3 in Italia, i Kings of Kings di Milano, capitanati da Charlie Fernandez, attuale team manager e ai tempi giocatore e motivatore della squadra.

Nel 2014, le finali nazionali si sono spostate a Riccione e il livello dei giocatori è aumentato notevolmente, a completare il roster con Charlie e Matteo, ci sono Bryant Piantini e Westher Molteni. “Era il primo anno che giocavamo insieme e, pur essendo conscio del nostro potenziale, non c’erano certezze sul poter arrivare fino in fondo. Ai quarti di finale incontravamo Awudu Abass nel pieno della sua crescita, e la sua squadra. Dopo averli battuti e soprattutto dopo aver giocato un’ottima partita con le nostre caratteristiche che si completavano alla perfezione, ho capito che potevamo diventare un team vincente”.
E così è stato per parecchio tempo, oltre che per la squadra, proprio per Teo che non si è mai accontentato e ha sempre cercato nuovi stimoli, nuovi avversari, talvolta anche nuovi compagni per completare il suo stile di gioco.

In parallelo alla sua crescita come giocatore, cresce anche lo streetball in Italia e, soprattutto, cresce la necessità di formare una nazionale in grado di ottenere buoni risultati fin da subito, in uno sport ancora poco conosciuto ma con grandi margini di crescita. “Ai primi raduni, il livello dei giocatori nel mio ruolo era molto alto. Dovevo giocarmi il posto con giocatori del calibro di Gionata Zampolli e Giacomo Mariani, ovvero coloro che sono stati tra i primi a vestire la maglia azzurra. Questo fatto mi ha motivato parecchio, mi ha spinto a migliorare il mio gioco e sfruttare tutta l’esperienza maturata nei campetti”.

La primavera del 2019 è il momento buono. A San Juan, Porto Rico, si giocano le qualificazioni per i mondiali e Matteo non soltanto riceve la convocazione dal coach Andrea Capobianco, ma è anche il giocatore più esperto della squadra che si trova ad affrontare un compito difficilissimo. “Avevo più o meno le otto ore del volo per spiegare a Daniele Sandri e Aristide Landi, giocatori di categoria più alta della mia ma che non avevano mai giocato 3×3,  come funziona questo sport e, soprattutto, come si può vincere a questo sport. Non avevamo mai giocato insieme e sapevamo che avremmo incontrato squadre che si stavano preparando da settimane. Sentivo comunque di dover dimostrare di essermi meritato quella maglia e penso di aver dato sul campo tutto quello che avevo. L’obiettivo della qualificazione purtroppo non è stato centrato, ma credo fosse difficile fare meglio”.

Nonostante la sua giovane età (29 anni a fine luglio), vede il futuro come il prossimo palcoscenico per i giovani che si stanno ambientando in fretta nel mondo 3×3. “La nazionale U23 composta da Fumagalli, Mascolo, Di Bonaventura e Totè ha dimostrato di essere molto competitiva all’ultimo mondiale di categoria. Se pensiamo che quattro o cinque anni fa era difficile imparare e adattarsi al nuovo regolamento e ai suoi continui cambiamenti, oggi invece possiamo dire che il livello è diventato cento volte più alto”.

Lo dimostra anche il primo campionato italiano di 3×3, giocato la scorsa estate e vinto, tanto per cambiare, dai Kings of Kings con Teo Grampa sempre presente e decisivo, e dove si sono visti giocatori professionisti e semi-pro. “Questo non può che alzare il livello di gioco di tutti quanti. L’obiettivo sarà poi quello di riuscire a portare, in pochi anni, una squadra che possa essere competitiva nel World Tour FIBA, dove si scontrano le migliori squadre al mondo”.

Il futuro prossimo sorride molto meno a Matteo, così come a molti “ballers” come lui, dato che, causa Covid-19, non soltanto l’intera stagione estiva, ma anche gli eventi finali per trovarsi a giocare e festeggiare tutti insieme rischiano di saltare. “Dal 2011 fino all’anno scorso, ho partecipato a tutte le finali nazionali. Addirittura un anno ho giocato quattro mesi dopo essermi operato al crociato, quando teoricamente dovresti lentamente riprendere a correre, di certo non giocare sul cemento. Il pensiero che quest’anno rischiamo di rimanere fermi lascia un vuoto notevole dentro di me, non soltanto per la parte giocata, ma anche per il fatto di non rivedere persone con cui, in tutti questi anni, si è creato un legame di amicizia nato proprio sul campo”.

Qualche amico riunito in una hall di un albergo e un obiettivo molto chiaro: dare seguito al movimento cestistico post stagionale. Questi sono stati i due principali ingredienti che hanno dato vita al Downtown Basketball ad Aprilia, in provincia di Latina.
L’idea era quella di proporre qualcosa di diverso dal solito format del 5vs5, già esasperato nei mesi invernali, e la soluzione non poteva che ricadere sul mix vincente di divertimento e competizione offerto dal 3×3, caratteristiche tipiche del movimento già dal 2012, ovvero l’anno della prima edizione del DTB.

Agli inizi, oltre alla difficile scelta del nome con chiaro riferimento al tiro dalla lunga distanza, Mauro Giancarli trova quella che sarà la loro casa per ben sei edizioni su otto, ovvero il campetto cittadino appena realizzato e accompagnato da una lunga tribuna molto capiente.
I lavori svolti duranti gli anni dai volontari del comitato di quartiere Aprilia Nord, poi, hanno fatto in modo che l’Arena sia diventata una vera e propria bomboniera, dotata di recinzioni, spazi verdi, il tutto sempre molto pulito e ordinato.

L’attenzione e la cura per i dettagli sono un punto di forza già dalla loro prima edizione. Uno degli elementi che sicuramente li ha contraddistinti dagli altri tornei 3×3 è stata l’idea di introdurre, mediante uno staff molto paziente, il sistema delle statistiche: in ogni partita sono stati registrati punti, rimbalzi e assist di ogni singolo giocatore iscritto, riuscendo alla fine a stilare le varie classifiche di “miglior realizzatore”, “miglior rimbalzista” e “miglior assistman”.

Gli anni successivi sono invece il perfetto esempio di come cercare di migliorarsi mantenendo salda la propria identità per iniziare a farsi un nome superando i confini del proprio territorio.
Nel 2015, Mauro esporta il nome DTB anche a Latina, organizzando un vero e proprio circuito coinvolgendo molte realtà provinciali che avrebbero poi confluito, con la loro squadra vincente, ad una sorta di finale regionale ad Aprilia, con l’obiettivo di mandare la squadra migliore alle finali nazionali FISB.

L’anno successivo c’è spazio anche per il femminile mentre le categorie junior e under vengono riconfermate dopo il successo dell’anno precedente. Ad alzare il livello del torneo, ci pensano i giocatori stessi, dando vita a una delle finali migliori tra tutte le edizioni, grazie alla presenza, sul campo, di giocatori professionisti e, soprattutto, subito pronti al ritmo intenso del 3×3.

Come spesso accade, anche lo staff apriliano riconosce la necessità di cambiare location per dare qualcosa in più al torneo. L’idea è sorta per valorizzare ancora di più un’area verde (Parco Friuli) dal grande potenziale, che ha accolto a braccia aperte la manifestazione, donando alla stessa una cornice sicuramente migliore e più funzionale al concetto street.

Infine pare d’obbligo citare l’enorme lavoro svolto da Mauro Giancarli, non soltanto come fondatore del Downtown Basket, ma come parte attivissima che ogni anno contribuisce alla crescita del movimento 3×3 in tutta Italia.

Oltre a essere referente regionale per conto di FISB da ormai parecchi anni, ha creato un team omonimo al suo torneo che, l’anno scorso, ha preso parte al primo Pro Tour italiano di tre contro tre, riuscendo a strappare buoni risultati sul campo e anche molte simpatie sui social.

Dunque, se grazie alla loro nome, sappiamo da dove sono partiti, è lecito aspettarsi che il futuro, in quel di Aprilia, possa riservare ancora numerose sorprese.

Andrea Antoniotti

“Buongiorno signor Jordan, la ringrazio molto per aver accettato il mio invito.”
“Ciao, figurati.”
“Possiamo darci del tu?”
“Darci cosa?”
“Ah giusto, in inglese non esiste dare del lei, ma dato che l’intervista è scritta in italiano, mi sembrava cortese chiederlo.”
“Fai come vuoi.”
“Possiamo iniziare?”
“Vai, parliamo un po’ della triangle offense.”
“Come scusa? L’intervista è sul 3×3.”
“Appunto, non è una variante moderna dell’attacco di Tex Winter?”
“Ehm, no. Non c’entra nulla, il 3×3 è un altro sport.”
“Simile al baseball?”
“No, non c’entra nulla nemmeno col baseball. E’ molto simile alla pallacanestro. Deduco quindi che non hai letto le domande che ti ho spedito la settimana scorsa.”
“No, perdonami. Ero molto preso dagli allenamenti, devo rimettermi in forma.”
“Davvero? Ci stai per svelare un tuo grande ritorno?”
“Non so ancora di preciso cosa fare, ma non ho digerito bene alcune dichiarazioni dopo l’uscita di The Last Dance. Horace Grant, Isiah Thomas, tutti bravi a parlare, ma poi sul campo…”
“Sai che il 3×3 potrebbe essere l’occasione giusta?”
“Dimmi di più.”

La curiosità gli ha fatto passare il rossore agli occhi.

“Si gioca a basket tre contro tre con un canestro solo e una palla un po’ più piccola. Ci sono moltissimi tornei in giro per il mondo e il livello delle squadre sta crescendo.”
“Provo a metter su una squadra. Si vincono soldi?”
“Purtroppo non molti per ora. Sicuramente non le cifre a cui sei abituato tu.”
“Scottie Pippen è il primo. Saranno comunque più soldi di quelli a cui era abituato lui.”
“Frecciatina…”
“Poi? Mi serve sapere altro.”
“I punti valgono uno e due, il tiro da fuori è spesso decisivo nelle partite punto a punto.”
“Steve Kerr, preso. Sa fare solo quello.”
“Bene, ti serve ancora un quarto giocatore. Il 3×3 è un gioco molto faticoso ed è importante avere un cambio sempre pronto a dare energia alla squadra.”
“Dennis Rodman, ma ci parli tu.”
“Sarebbe un onore.”
“Aspetta e vedrai. Ah, e ovviamente ci allena Phil Jackson.”
“Teoricamente il 3×3 non prevede la figura dell’allenatore durante una part…”
“Ho detto che ci allena Phil Jackson.”
“Chiaro, volevo dire che l’allenatore vi segue da fuori e successivamente…”
“VOGLIO PHIL JACKSON.”
“Se mi lasci finire, sto provando a spiegarti che l’allenatore…”
“DEVE ESSERE PHIL JACKSON.”

“Ciao Phil, ti devo parlare.”
“Ma mi stai dando del tu?”
“No scusa, cioè, prima con Michael dicevamo che in inglese non…”
“Guarda che leggo i sottotitoli di ciò che dici sopra la tua t-shirt nera.”
“Ma quindi lo sapevi???”
“Sapevi, cosa?”
“Niente, te lo spiegheranno tutti quelli che hanno visto “The Last Dance” con i sottotitoli. Veniamo a noi, Michael vuole tornare a giocare, più precisamente, a basket 3×3.

Si dice che, indossando questa camicia, abbia svelato il segreto della Triangle offense, senza mai farsi scoprire.

“Naahh, non potrebbe mai vincere in quello sport.”
“Non c’è bisogno che gliela metti sul personale, ci hanno già pensato altri.”
“E allora a cosa servo?”
“Ti vuole come allenatore.”
“Ma nel 3×3 non c’è l’allenatore.”
“È quello che ho provato a spiegargli, ma lui non ne vuole sapere.”
“In qualche modo si può fare, ma prima di accettare voglio sapere chi ci sarà in squadra.”
“Oltre a MJ, ci saranno Pippen, Kerr…”
“Molto bene.”
“…e Rodman.”
“Ma ci parli tu.”
“Non capisco dove sia il problema.”
“Prego, è di là che ti aspetta.”

“Ciao Dennis, scusa se ti do del tu, se vuoi ti do del lei, ma ho già parlato con Michael e Phil e quindi…”
“Ehiiii fratello!!! M***a che faccia triste che hai, rilassati un po’ e take it easy!”

…mentre leggeva il Pagellone del tour master dell’anno scorso.


“Non sono triste, ero solo preoccupato che…”
“Non sarai mica uno di quei cog****i che è venuto a rompermi il c***o con quelle domande sui Bulls e tutto il resto?”
“No guarda, venivo a proporti di giocare alcuni tornei 3×3 con Michael, ti spiego come funziona…”
“Ma va! Se al campione va bene, va bene anche a me. Quello decide sempre che c***o gli pare e se provi a dirgli di no, si inc***a di brutto, più di me.”
“Perfetto allora! Ma cosa ne pensi di questa nuova disciplina che esordirà alle Olimpiadi?”
“Ma che c***o me ne frega! Lo sai cosa interessa a me, sc****e, bere e sc****e. Sc****e l’ho già detto?
“Sì Dennis, l’hai già detto. È che speravo di avere una tua risposta senza dover mettere asterischi.”
“Allora vai da Steve. Quel cu*o bianco ti darà tutte le risposte a modo che vuoi.”

“Steve!”
“Ciao Brent.”
“Ma ci conosciamo?”
“Certo che no. Ma ti sei firmato nel messaggio che mi hai scritto per fissare
questo incontro.”
“Giusto, scusami. L’ultima chiacchierata che ho avuto con Dennis mi ha un po’ sconvolto.”
“Non ti preoccupare, è normale.”
“Dunque, Michael sta organizzando una squadra…”
“Sì certo, ho letto sempre nello stesso messaggio la proposta che stavi per farmi.”
“Ah molto bene, dice che gli faresti comodo perché nel 3×3 il…”
“…tiro da fuori vale doppio, ho letto il regolamento.”
“Wow, e dice anche che, considerando le spaziature diverse…”
“Si aspetta che io mi trovi al posto giusto, al momento giusto, come sempre.”
“Esatto! Quindi accetti?

La produzione non poteva prestargli una maglietta dei Bulls???

“Ti ho già risposto per messaggio mentre mi fissavi la maglietta dei Warriors che ho addosso.”
“Ah ecco, è che proprio mi stavo chiedendo…”
“Come ho fatto a vincere tutti quegli anelli anche da allenatore?”
“No. Come avete fatto a perdere in finale l’anno che avete fatto 73-9. E io ero pure venuto a vedere la 70esima W. Mannaggia a voi…”
“Prego, puoi andare.”

“Eccoci, manchi soltanto tu!”

“Scottie!”

“Pip”
“…è che ho qualcosa tra i denti.”
“Guarda che non è vero.”
“Eppure lo sento.”
“Anche se lo senti, ti garantisco che non si vede.”
“Se lo dici tu.”
“Per il resto tutto, bene?”
“Mai stato meglio.”
“Sicuro? Schiena? Caviglia?”
“Benone, davvero. Perché?”
“Mike vuole tornare a giocare.”
“In effetti, qua, nella zona lombare…”
“Ma si tratta di 3×3, tornei di un week end dove si vincono soldi.”
“…dicevo, soprattutto qua nella zona lombare, ho fatto potenziamento muscolare l’altro ieri.”
“Pochi soldi, è un movimento ancora in crescita.”
“È che proprio da stamattina, sentivo delle fitte al piede…”
“Ma puoi prenderti la fetta che spetta a Dennis, nella sua lista degli interessi, non parlava di dollari.”
“…che poi sono passate appena ho iniziato le ripetute in salita.”
“Direi che ci siamo.”

Senza il suo sorriso, ho finalmente notato il colore della sua polo

“Devi però aiutarmi. Per una volta, quando capiterà, voglio prendere io il tiro decisivo. Come posso fare?”
“Semplice. Ti capiterà soprattutto nel supplementare, prima squadra che fa 2 punti, vince. Fingi di chiamare uno schema per Michael e ricevi tu il check. Non lo guardi nemmeno. Tiri appena hai la palla in mano. Io di solito faccio così.”
“E funziona?”
“No. Quando va bene, prendo il ferro, rimbalzo loro, pessima difesa e canestro da fuori preso in faccia.”
“La difesa non è un problema per me. Recupero palla e tiro finchè non segno.”
“Così andrà alla grande, ottima idea.”
“Ti ringrazio, contatemi pure.”

“Mike, ci siamo. O meglio, ci siete, la squadra è pronta.”
“Direi di sì, non vedo l’ora.”
“Mi sembri parecchio carico, chissà se qualche squadra avrà il coraggio di sfidarvi.”
“Se pensi di essere pronto, puoi essere tu il primo avversario.”
“Wow!!! Sarebbe incredibile!!! Ma dovrei dormire ancora parecchio per far continuare questo sogno.”
“Un sogno che potrebbe diventare realtà.”
“Stai scherzando????”
“Sì, e adesso vedi di svegliarti, che è tardi. Alla tua età avevo già vinto un anello.”
“Io, alla playstation, ne ho già vinti più di te.”
Get_Up_Byron_23. Aggiungimi appena ti svegli.”
Un_altro_whiskey_grazie_96. Sarà fatto. A presto.”
“A presto.”

Non siamo a New York e non c’è nessun aneddoto di Earl Manigault da raccontare. In Piemonte, la parola “The Goat”, rimanda molto più facilmente allo storico torneo organizzato in provincia di Torino da addirittura 8 anni.
Il primo motivo che ha reso questo evento tra i più longevi in zona, è sicuramente la ricerca costante di trovare ogni anno qualcosa da migliorare rispetto all’edizione precedente. Il triplice cambio di location ne è una prova lampante.

Per Carlo Sardella e il suo staff, tutto ebbe inizio in un campetto a Orbassano, sempre in provincia di Torino, per poi spostarsi lungo la cintura del capoluogo, passando da un centro privato che poteva ospitare fino a sei metà campo e infine arrivando a montare i campi in una delle principali piazze di Rivalta di Torino.

Anche sui campetti marchiati “The Goat” si gioca per divertirsi, ma quando si vince, ci si diverte sicuramente di più, e i ballers che si presentano a questo torneo, lo sanno bene.
Dalla prima edizione, una formula sempre precisa e un regolamento ufficiale sempre aggiornato con i cambiamenti che il 3×3 ha subito nel corso degli anni, hanno garantito un alto livello di competizione che ha attirato l’attenzione dei migliori giocatori in regione.

La crescita a inizio decade del movimento cestistico all’ombra della Mole Antonielliana, ha portato un aumento a cascata del livello di giocatori e società, così come molti ballers hanno deciso di sfruttare la vetrina di vari tornei prestigiosi per poter strappare un contratto migliore nel campionato di 5vs5.
“The Goat Streetball” rientra certamente tra le migliori vetrine sotto questo aspetto, riuscendo a farsi conoscere grazie anche agli ottimi risultati ottenuti dalle sue squadre alle finali nazionali.

Lo staff rivaltase non ha comunque dimenticato l’importanza di dover puntare con le stesse energie su qualità e quantità.
Ne è a dimostrazione l’edizione del 2017, con 54 squadre iscritte, 6 metà campo a disposizione e un numeroso pubblico che, oltre a seguire l’andamento del torneo sempre più avvincente man mano che ci si avvicinava alle finali, si è lasciato trascinare dall’energia di un inedito Slam Dunk Contest dove vi hanno preso parte emergenti dunker locali.

Numeri importanti che, di riflesso, hanno contribuito alla crescita di una categoria che spesso in molti si dimenticano: gli arbitri. Al “The Goat” la priorità è stata sempre quella di avere arbitri ufficiali con una conoscenza completa del regolamento, sapendo che l’esperienza sul campo e il confronto con i giocatori, sono i modi migliori per garantire un percorso di qualità anche a loro.

Per il futuro, i dubbi sono pochi e le idee sono chiare. Carlo ha sempre seguito con attenzione ogni piccolo passo del movimento 3×3 in Italia, con la convinzione di poter raggiungere importanti risultati promuovendo il basket di strada come la nuova disciplina che esordirà alle Olimpiadi di Tokyo.

Lo spirito di aggregazione e l’atmosfera streetball vengono di conseguenza, grazie al desiderio di molti giocatori che, dopo nove mesi chiusi in palestra, preferiscono conoscersi meglio stando seduti sotto un albero e bevendo una birra fresca dopo aver appena giocato.

Andrea Antoniotti